Qui termina il mondo antico; ecco la sua punta più avanzata, “il suo estremo limite”. Alle vostre spalle c’è tutta l’Europa e tutta l’Asia; di fronte a voi, c’è il mare, il mare sconfinato.
Gustave Flaubert,  Attraverso i campi e lungo i greti.

Le isole del Finistère (Penn-ar-Bed in bretone), letteralmente fine del mondo, sono l’ultimo approdo della Bretagna (Breizh), nel punto di incontro del’Atlantico con la Manica (Mor Breizh).

 28oueCreach

A vela nel Finistere

Racconto e impressioni di viaggio di una crociera di inizio estate in Bretagna.

 Breizh

29 maggio 2005

Da Parigi abbiamo preso un TGV che in quattro ore e mezza ci ha depositato a Brest, distante 600 kilometri.
Nei mezzi pubblici a Parigi e in Bretagna non squillano telefonini! Pensare che queste persone riescano a sopravvivere senza stare attaccati al loro cellulare sembra impossibile, ma è così.

Vitre, Rennes, St-Brieuc, Morlaix, scorrono dai finestrini; le strade e i campi sono bagnati, pioviggina ed è molto umido. Aggiungo una maglia, e penso che per domani sono previsti dai 28 ai 32 °C in tutte le pianure dell’Europa, dal Gargano fino a Copenaghen: sono contento di essere qui e credo che i colori del paesaggio non sarebbero altrettanto belli sotto la luce del sole.
Nuvoloni stratificati incombono su di noi.

Il TGV 8625 procede come una biscia tra le colline dei boschi della leggende e finalmente scorgiamo, dopo la cittadina di Landernau, la foce dell’Elorn che si sfocia nella rada di Brest.
La città è diventata, nel porto naturale in cui sorge, un importante centro militare marittimo fin dal XVII secolo, quando per volontà del ministro della marina Colbert e del cardinale Richelieu, Brest divenne la più importante base della Marina militare francese. Per questo i tedeschi l’occuparono dal 1940 al ’44 e fu poi distrutta dagli angloamericani dopo 43 giorni d’assedio e 165 bombardamenti. Nel dopoguerra è stata ricostruita in maniera veloce ed economica e oggi la città divide il primato per la presenza militare con Tolone.
Oltre all’Oceanopolis, centro di ricerca marina aperto al pubblico, si possono ammirare gli altri simboli della città, come il rimorchiatore d’altura Abeille Flandre di guardia nel canale d’Ouessant, o la replica della goletta da caccia La Recouvrance, che effettua imbarchi per navigazioni in rada.

L’Abeille Flandre, il rimorchiatore d’altura più famoso di Francia, è lungo 64 metri, largo 14 e pesca circa 7 metri; con i suoi 4 motori principali ha una potenza di trazione di 160 tonnellate (unità di misura della potenza dei rimorchiatori). Ormeggiato sul molo di fronte a dove si prendono i battelli per l’isola di Ouessant, tiene le luci accese anche di giorno e l’equipaggio è in assetto di partenza permanente.04breFlandre6
Se l’Abeille Flandre non é ormeggiato vuol dire che c’è tempesta e allora é andato a posizionarsi fuori rada tra le isole di Molène e Ouessant per essere più vicino a un eventuale problema; l’abeille Flandre (e la sua gemella Abeille languedoc), in pratica esce in mare quando tutti rientrano. Dal 1979 al 2000 la sua opera ha evitato lo sversamento in mare di oltre un milione di tonnellate di greggio; 195 navi sono state salvate in condizioni meteomarine estreme, molte di queste erano petroliere e chimichiere.
La bellissima storia della nave e del suo equipaggio è raccontata nel libro “Cacciatori di tempeste” di Hervé Hamon, che è stato imbarcato come cineoperatore per alcuni mesi. VIDEO

In taxi percorriamo i pochi km che separano la gare de Brest in centro dal port de Moulin Blanc, porto turistico situato all’inizio della baia.
L’armatore, Eric alias P’tit Loch, ci consegna l’Arquebuse, un Armagnac dato in locazione. Lo scafo è in legno, costruito nel 1975 su progetto del geniale Harlé, dotato di entrobordo Nanni bicilindrico, avvolgifiocco, spi con attrezzatura e coperta rivestita in resina gialla antisdrucciolo che mette a dura prova l’equipaggio a barca sbandata. Per due persone è comodissima: una bella cabina doppia a prua, un grande carteggio e comoda dinette con cucina, oltre al wc. Queste vecchie barche profonde hanno uno spazio inimmaginabile per stivare il necessario, ci sono stipetti e gavoni ovunque, senza problemi che si aprano le portelle a barca sbandata, visto che non ce ne sono.

Cena al bar Le tour de monde al porto, ritrovo di regatanti della zona. Personaggi che sono stati allievi di Eric Tabarly, uomini e donne votati al mare che hanno scritto e scrivono la storia della vela; personaggi che non si aspettano fama o denaro. Al mare e alla loro barca non chiedono niente; ci vogliono stare a bordo e navigare, punto. Il fatto che poi abbiano vinto la Vendee Globe o battuto il record di una transoceanica non arricchisce di denaro e né cambia la vita di questi marinai, il cui unico obbiettivo è avere una barca che possa soddisfare al meglio le esigenze della prossima regata, e magari vincerla.

30 maggio

Presa in consegna la barca usciamo dalla rada in bolina e dopo tre ore e mezzo attracchiamo in transito al pontile galleggiante di Camaret sur mer (Kameled), all’estremità della penisola di Cruzon.
Camaret era il paese delle barche per la pesca delle aragoste. I pescatori locali non si accontentavano delle loro rive, si spingevano fino alle isole Scilly, fino in Marocco. La guerra dell’aragosta, davanti alle coste dell’Irlanda o del Portogallo, fu dura e, in fin dei conti, fatale agli uomini di Camaret, i cui pescherecci erano troppo tradizionali.08navArrivoCamaret
Il giro in bici della penisola ci porta alla scogliera che si eleva su pointe de Toulinguet, la cui notevole vista sulla spiaggia sotto di noi e sulla costa a picco poco più in là è il panorama che mi rimarrà impresso più di tutti. L’altopiano è ricchissimo di flora; percorrendo i sentieri in mezzo ai cespugli che ci graffiano le gambe arriviamo al memoriale della battaglia atlantica, eretto sopra un baratro che precipita nel mare, poi dirigiamo sulla punta   Peh-ir, fino all’anse di Dinan, la cui lunga spiaggia si perde alla nostra vista.
Verso sera rientriamo in paese.
Quando avevamo ormeggiato, alle 16.15, una splendida goletta in alluminio (sembra proprio la Seamaster del grande Peter Blake) era appoggiata al fondo del porto, con il ponte 4 metri sotto il livello della strada. Ora essa galleggia e l’equipaggio sale a bordo senza più bisogno della scala.
L’abitato di Camaret si estende lungo la riva, le casette color pastello e numerosi negozi, ma soprattutto ristoranti pub e caffè contornano la parte vecchia. Verso E e verso S, salendo le colline, le casette bianche con il tetto spiovente ricoperto di pietre, caratteristico di tutte le case bretoni.

31 maggio

Restituito le biciclette al pub Donegan –che affitta anche cabriolet- di fianco al bureau du port, acquistiamo i gettoni per fare una doccia e salpiamo alle 13. Mentre sfilo di poppa dal pontile galleggiante lo skipper del piccolo ketch in acciaio segue la manovra dallo stretto ponte della sua barca, sorride e saluta; egli può girare tranquillamente per il ponte pur con il dinghy posizionato di traverso davanti alla tuga, visto che la barchetta non è più lunga di un metro e mezzo.
E’ uno dei marinai-vagabondi che girano da queste parti.
Appena doppiata la diga foranea, passiamo accanto ad una boa su cui sventola una bandiera italiana, di cui mi aveva parlato lo skipper del 30’ ormeggiato davanti all’Arquebuse, dopo avere visto la nostra sulla sartia di sinistra. Non sono riuscito a spiegarmi che sifgnificato ha, forse chi l’ha messa doveva segnalare il gavitello e l’ha fatto con la prima bandiera che gli è capitata per le mani.

La traversata è cominciata con cielo molto coperto e l’onda lunga ma confusa dell’oceano, vento da ovest. Dopo circa due ore l’equipaggio si è dimezzato, visto che Raffaella è sotto coperta abbracciata ad un secchio.25navBruma2
Il vento continua a tenere e filiamo a tutta tela a 6 nodi mentre a nord scorrono i segnali cardinali sud delle secche poste davanti a Pointe San Mathieu e ell’arcipelago di Molene: Basse Royale, Carlo Martello e le famigerate Pierre Noires con il faro che ad un primo momento scambio per un grande spinnaker, visto che è bianco e rosso, alto una ventina di metri e che sono parecchio miope. L’alto faro è testimone d’innumerevoli tragedie del mare.
Il giorno dopo, durante la visita del Musee des Phares et Balises allestito nella sala macchine del Phare de Crèac’h, posso respirare le toccanti testimonianze che parlano dei naufragi; la grande carta appesa indica il punto preciso della scomparsa di centinaia di battelli di tutte le nazionalità, nella zona comprendente le secche Pierre Noires, l’arcipelago di Molene, il passage de Fromveur e l’ile d’Ouessant. La mappa è completamente riempita con il nome e tipo di nave, data del naufragio e numero di vittime; a lato l’elenco delle unità di cui si sono perse le tracce ma non si conosce il punto esatto della disgrazia.
Particolarmente toccante è il ricordo della perdita del vapore britannico Drummond-Castle, salpato da Città del Capo e diretto in Inghilterra.
Il 15 giugno 1896 la nave passeggeri lunga 111 metri si trova, alle 21, avvolta da una fitta bruma, che riduce la visibilità a pochi metri. Il comandante, navigando a stima, esegue continue operazioni di scandaglio; alle 2250 un improvviso boato scuote la nave, la quale si inclina a tribordo ed affonda entro un quarto d’ora. Su 243 passeggeri solo due sono sopravvissuti. 45navCarteggio
La catastrofe non è stata dimenticata da coloro che all’epoca hanno fatto tutto il possibile per soccorrere i naufraghi, e si sono occupati dell’inumazione di decine di cadaveri, molti dei quali riposano nelle isole di Ouessant e Molene; cento anni più tardi, infatti, insieme con i discendenti dei naufraghi, i figli e i nipoti dei soccorritori hanno posato un monumento con fiaccola a 60 metri di profondità, al suono dei corni da nebbia.

Stando al timone non sono infastidito dalla pioggerellina che cade leggera leggera, ma il faro della Jument su cui sto puntando sparisce e pian piano spariscono le isole dell’arcipelago e il grande faro Pierre Noires che ho doppiato da poco; alle 17 e 30 ci troviamo a sud del Passage de Fromveur e posso vedere il fiume che scorre nel mare, quando la corrente di marea verso SW inizia a diminuire d’intensità.
Le correnti sono ben descritte nel portolano e si riferiscono all’ora di alta o bassa marea di alcune località costiere, in questo caso Brest. A proposito di Fromveur (nome bretone che significa grande torrente), le instruction nautiques avvertono: “ il passaggio che si estende tra Ouessant e il faro di Kéréon è particolarmente delicato e in cui bisogna usare la massima prudenza. In effetti nel passaggio, largo 1.3 mg, le correnti di marea sono particolarmente violente (8 a 9 nodi tra Men Darland e Kéréon) e il mare quando opposto al vento diventa molto grosso e spesso impraticabile per piccole imbarcazioni.” Una delle correnti più veloci del mondo.
Man mano che il vento diminuisce mi rendo conto che, ciò che credevo una pioggerellina è in realtà bruma e la visibilità è ora molto ridotta; continuo a cercare il famoso faro de La Jument, posizionato all’estremità sud d’Ouessant, ma alle 18 la visibilità è ridotta a meno di 50 metri. Percorriamo le ultime cinque miglia a motore, tra i nautofoni della Jument e Crèac’h. Dobbiamo entrare nella baia di Lampaul per ancorare e quando, prima sento, e poi vedo frangere a 50 metri dalla prua gli scogli del faro di Nividic, decido di calcolare il pilotaggio al secondo, con la carta ed il GPS. Scoglio dopo scoglio passiamo a sud dell’isolotto Yourc’h Korz e finalmente siamo nella baia: alle 8 di sera ci attacchiamo ad uno dei 20 gavitelli bianchi in fondo alla cala. Davanti all’Arquebuse un peschereccio, e verso terra un Dehler 39 ed un Beneteau da regata, entrambi bretoni.27oueBaiaLaimpul

Al tramonto, attaccati alla grande boa bianca, siamo immersi nella bruma; intravediamo le rocce che ci circondano, i grossi gavitelli e i due scafi bianchi, mentre il grosso peschereccio scuro non si vede già più; impossibile scorgere la luce di uno dei fari più potenti del mondo (Crèac’h, 33 mg) a meno di un miglio al traverso di dritta.
In questa atmosfera irreale mi concedo una lauta cena a base di spaghetti ai gamberoni in sugo e un’enorme sogliola comperati la mattina, mentre il mio equipaggio dorme con lo stomaco in mano.

1 giugno ’05

Con le bici prese a nolo abbiamo girato l’isola da ovest ad est.
Nell’isola di Ouessant (Enez Eusa in bretone) l’atmosfera è di confine.
Questa roccia non lunga più di 7 km è appoggiata nell’Atlantico all’estremità occidentale dell’Europa.
La stazione della lancia di salvataggio, i suoi quattro potenti fari, il museo dei fari e battelli fanale, la stazione di controllo del traffico. Tutto, su quest’isola di mille abitanti è rivolto al mare come una missione, quella di coloro che sono custodi esperti di questo pericoloso paradiso che si tuffa nell’Oceano; questi eroi sentono come un dovere indiscutibile rischiare la propria vita uscendo con venti di uragano per assistere navi in difficoltà. ouePorticcioloSecco
E dal mare arrivano anche i turisti, in barca a vela o con le navi di linea che due volte al giorno (tempo permettendo) collegano le isole con Brest e Le Conquet. Turisti-marinai d’acqua dolce, come me e Raffaella alle prese con l’ormeggio del tender: Gommone che seguiva ovviamente il livello dell’acqua, ma non altrettanto facevano le banchine, ovviamente. Con la marea crescente ho dovuto fare una mezza immersione per sciogliere la gassa finita sott’acqua insieme all’anello, sullo scivolo del canot de Sauvatage. In un paio d’ore la fisionomia del porto era cambiata, come pure l’assetto del nostro gommone, che aveva la prora piantata nell’acqua. Per sistemarlo l’ho allora ormeggiato all’interno del bacino con la cima di ormmeggio tre metri più in alto.
Peccato che al nostro ritorno alla sera c’era la bassa marea, il bacino senz’acqua. Così abbiamo trasportato a braccia il tender per 20 metri, camminando sull’ asciutto canale di accesso.

Per il resto l’isola ha due strade che la percorrono a nord e a sud, due laghetti, poche auto, molte bici e dei negozi che vendono abbigliamento bretone per marinai, a buon mercato.
Una birra al pub Ty Corn, uno dei   locali del borgo e il cui proprietario si è trasferito dall’alpina Chambéry; negli scaffali attorno ai tavoli ci sono numerose riviste bretoni, almanacchi nautici (portolani) e un bel libro di uccelli che ci rivela i nomi di molte specie viste sull’isola.
Ouessant è un regno di uccelli migratori.

2 giugno

Salpiamo appena aumenta la visibilità, alle 1320. La bruma è ridiscesa fitta –anche se non come durante la traversata- da ieri pomeriggio e ci ha tolto la voglia di mollare la cima dal gavitello. Così abbiamo trascorso qui a Lampaul la seconda notte consecutiva, tra due pescherecci che hanno salpato durante la notte.
I pescherecci incontrati ad Ouessant sono lunghi non più di dieci metri, completamente chiusi nel ponte di lavoro, con la poppa dotata di ampi portelloni che permettono di proteggersi durante le mareggiate e lavorare così al riparo. Anche se piccole barche, con 3 o 4 uomini di equipaggio, credo si spingano al largo e facciano pesca d’altura. Essi sono differenti dalle barche trovate negli altri porti pescherecci bretoni, quelle adibite alla pesca costiera o alla raccolta delle alghe, più simili ai pescherecci del Mediterraneo.

Il motopesca alla nostra dritta è costruito dalla Beneteau peche, credo completamente in vetroresina; non sapevo che il famoso cantiere francese costruisse anche pescherecci. Mi ricorda la barca di Mac Duff , l’incubo cioè del protagonista del Cerchio celtico, visto che a bordo c’è qualcuno, ma per tutta la serata scorgiamo solo un’ombra in plancia, di tanto in tanto.
Solo chi abbia letto il thriller di Bjorn Larsson può immaginare la scena del Rustica alla fonda a fianco dell’enigmatica barca da pesca, in una baia “celtica”, immersa nella nebbia.
Questo navigatore-scrittore mi ha inculcato la passione per i mari e le baie solitarie del nord Europa (come ero già sognante con gli Oceani alle alte latitudini nell’emisfero meridionale, il Grande Sud) fuori dalla “bella” stagione, cioè da settembre a maggio.

Il tragitto fino a Molene è breve ma i miei timori sono rivolti al grande torrente che dobbiamo affrontare. Doppiamo a poche decine di metri a sud La Jument: il faro, la cui foto ha fatto il giro del mondo, resta a poppa e calcolo il suo rilevamento di sicurezza a 255° per non sconfinare la zona degli scogli. Sono le 1445, ora dell’alta marea a Brest; molti scogli della parte sudoccidentale di Ouessant sono ora immersi. Procediamo alla massima velocità, a vela e motore; non posso rischiare di trovarmi nello stretto al momento della corrente di marea più veloce del mondo. Anche se in questi giorni le maree non hanno coefficienti molto alti, si verificano normalmente 6-7 nodi di corrente verso SW o NE a tra le due e le quattro ore dopo o prima l’alta marea.
Doppiamo il Kéréon un’ora dopo l’alta marea, con un nodo di corrente contraria; poi, tenendoci discosti dalla secca Basse Huola e dagli scogli che orlano l’isola Balanec dirigiamo sul faro Le Trois Pierres, che indica anche il canale nord per l’accesso all’Ile Molene.
Il faro Kéréon è noto come l’ultimo faro automatizzato in Bretagna, un faro di lusso: mosaici e legni intarsiati. L’ultimo custode abita ora ad Ouessant. Jean-Pierre racconta che una sera con tempo da lupi lui ed il suo collega erano comodamente sdraiati davanti al televisore e i muri tremavano: tutto nella norma. Ad un certo momento succede qualcosa: un’onda ha sfondato la finestra del piano intermedio spazzando tutto ciò che ha incontrato nel suo cammino, visto che l’acqua entrava da una parte e usciva da quella opposta del faro. Solo dopo due giorni di lavoro nell’oscurità i due guardiani sono riusciti a riparare alla meglio le antenne, per comunicare con il servizio fari.
Ogni faro ha una sua storia in Bretagna. In particolare nel Finistere essi sono un’istituzione e sono rappresentati ovunque.
Da parte mia credo che non scorderò mai queste torri poste in terra ed in mare, viste durante la mia breve permanenza e capisco quanto possa amarle chi, come i bretoni, è cresciuto sotto la loro ombra. kereon

Molene (Molenez) è un’isoletta sovrappopolata di lepri, e ne è letteralmente invaso l’isolotto Ledenez, raggiungibile a piedi con la bassa merea. Noi ci andiamo col tender e ci troviamo di fronte ad un’isola completamente in mano a questi animali che hanno scavato kilometri di tunnel. Mentre camminiamo, il terreno ricoperto di muschio e arbusti, sprofonda sotto i nostri piedi.
L’arcipelago di Molene, inserito nella Riserva della Biosfera dell’UNESCO nel 1988, ospita anche una colonia di foche monache, che però non abbiamo visto durante la nostra ispezione.
Le case dell’abitato, chiamato Le Borg, assomigliano a quelle degli altri paesi bretoni. Ci sono in tutto tre automobili, un’edicola, il supermarchè, un piccolo hotel, un caffè e due ristoranti, e migliaia di lepri: indimenticabile!

3 giugno

Abbiamo trascorso la notte alla fonda in un gavitello del porticciolo di Molene. A fianco a noi un altro Armagnac rosso vivo con motore fuoribordo, con porto di armamento Aber Ildut (lo vedremo all’indomani). Il suo ingresso e la presa del gavitello a vela sono stati impeccabili. Mi hanno fatto quasi vergognare della mia manovra a motore del giorno prima. Un altro gavitello davanti all’Arquebuse è occupato da un Etap di 32’: tre barche da diporto in tutto.090203_002_Molene
Le boe da ormeggio per il transito sono sotto la responsabilità di un addetto che deve rispondere al comune della loro manutenzione e riscossione della tassa portuale. Questa si paga in luglio e agosto e costa circa 1/3 rispetto ai costi da rapina che si pagano in Adriatico, per non parlare dei prezzi nei porti dell’Italia occidentale.

Oggi il barometro è sceso ancora e infatti all’ora di pranzo si alza vento teso da ovest, 30 nodi e pioggia intermittente. Tornando verso il gommone, dopo avere fatto rifornimenti a terra, vediamo passare tra le mede di ingresso un 35’ con tutta tela sbandatissimo, seguito a breve distanza da un catamarano con le vele legate alla meglio: entrambi prendono un gavitello a ridosso dal vento. L’Armagnac era salpato la mattina e a quest’ora sarà ormeggiato alla foce dell’Ildut, a una decina di miglia.
Lasciamo la splendida Molene verso le 19 per ritornare in terraferma.
Terraferma si fa per dire, visto che è difficile capire dove finisce la terra e inizia l’oceano, in questa zona dai contorni incerti. Centinaia di isolotti e scogli che appaiono e poi si nascondono con le maree, un continuo tira e molla tra gli elementi.
In ogni caso lasciamo le splendide isole della fine del mondo per un paio d’ore di navigazione. All’inizio navighiamo al traverso, con una mano alla randa e genoa rollato al 2 su onda confusa con 15-20 nodi da W, poi in poppa con il solo genoa. Entriamo a vela con la bassa marea sulla foce dell’Ildut, un ambiente completamente sotto l’azione delle maree. Un ristorante, ben due empori che vendono un po’ di tutto, una birreria, una panetteria, una strada e un aber con un porto, questa è Lanildut, la cittadina al cui pontile galleggiante di servizio siamo ormeggiati, al tramonto.

4 giugno

Uscire per tirare due bordi in Bretagna è completamente differente dalle uscite giornaliere nel Mediterraneo; appena metti il naso fuori dalla bocca di porto sei in pieno Oceano.
Ad un miglio da terra hai circa le stesse condizioni che avresti dopo giorni di navigazione verso ovest.
Oggi siamo usciti. Sole splendido e venti nodi da ponente e poco alla volta siamo catturati dal respiro dell’Oceano. Le lunghe onde impiegano almeno 20 secondi a passare sotto la chiglia della barca che avanza a oltre 7 nodi, e vanno a frangere sulle rocce che orlano le coste; il loro colore passa attraverso il plumbeo dell’oceano, blu, azzurro, verde, e bianco, con la schiuma che si alza nello scontro con la terra. All’altezza del faro Le Four bordiamo e puntiamo a sud, mure a dritta.
L’entrata all’Aber Ildut è irriconoscibile per via dell’alta marea che ha nascosto numerosi isolotti e scogli che ieri erano emersi; il fanale rosso ieri era piantato, si vedeva la base. Oggi è in mezzo al canale, a sei metri dalla riva.

5 giugno

Il rientro a Brest mi ha ricordato dove mi trovo. Ho controllato le maree e relative correnti prima della partenza, ma in modo un po’ approssimativo.
La marea crescente provoca la corrente da sud verso nord lungo la costa, dalla punta di St-Mathieu a tutto l’arcipelago, per entrare nella Manica; a sud della punta entra nella rada di Brest. Ho valutato che la corrente aumenti verso il largo e che sottocosta essa sia ridotta. In effetti lo è: sicuramente nel Passage de Fromveur alle 13 circa ci saranno stati almeno 7 nodi, quando noi navigavamo, si fa per dire, a tutto motore e vela, con vento teso di bolina larga, davanti a Conquet: sembrava di essere in salita. L’inclinazione delle mede galleggianti ancorate con catena dava l’impressione che potessero strapparsi da un momento all’altro e il basamento del faro Grande Vinotiere sembrava un pilone del ponte sul Po di Occhiobello, in una giornata di piena.
La corrente contraria aumentava sempre di più, il log dava una velocità sull’acqua di 6,5 nodi, mentre il GPS passava da 3 a 1,9 nodi. Il culmine all’altezza di Conquet, quando siamo rimasti praticamente fermi in mezzo al torrente ed ai suoi vortici. Varie volte ho passato lo Stretto di Messina e oggi ho capito che quelle correnti fanno ridere al confronto di queste.
La distanza di circa 7 miglia dall’Aber Ildut alla pointe de St-Mathieu l’abbiamo coperta in circa quattro ore di navigazione sotto la pioggia. In compenso un vento gagliardo al giardinetto e la corrente a favore, ci hanno sospinti dentro la rada di Brest ad una velocità di 7,5 nodi, tra decine di barche che veleggiavano verso il porto turistico.

 Marino Coltro, 2009.

L'articolo è stato pubblicato su Nautica 561, (1/2009).

Collegamenti esterni

Location de bateaux Brest. Eridanhttp://www.eridan-naviroise.com – O2ceanhttp://www.o2ceanbrest.com

I rimorchiatori d’altura. http://fr.wikipedia.org/wiki/Abeille_Flandre

Oceanopolis di Brest: www.oceanopolis.com

Ouessant. http://www.ouessant.fr/

Bretagnahttp://www.touristerezh-breizh.com  – http://br.wikipedia.org/wiki/Rannvro_Breizh

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